La crisi del Ventinove: Joseph Kennedy

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Il patriarca della famiglia Kennedy negli anni Venti

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Una delle leggende più conosciute sul 1929 riguarda il padre del 35º Presidente degli Stati Uniti, il mitico e compianto JFK. Joseph, il patriarca della famiglia Kennedy, dopo una mattinata di frenetica attività in Borsa, ritornando a casa si fermò per farsi lucidare le scarpe. Al momento della mancia, si sentì rispondere: “Lasci stare, signor Kennedy, ho appena guadagnato 30 dollari con le Standard Oil“. Dopo averci pensato un attimo, fece dietro front e vendette tutti i suoi titoli, scampando così al crack. La morale della storia è condensata in quello che Joseph Kennedy avrebbe detto, una volta ritornato a casa, alla moglie: quando un lustrascarpe scambia soffiate coi clienti, è tempo di uscire dal mercato.

In realtà la storia di quegli anni si può riassumere nella frase attribuita a Phineas Taylor Barnum - il creatore dell’omonimo circo -: “ogni giorno nasce un pollo da spennare”. In quegli anni, molti americani medi avevano cominciato ad investire in Borsa per la prima volta. Per otto anni, le quotazioni delle azioni non avevano fatto altro che salire. E la crescita del prezzo dei titoli aveva attirato acquirenti che comprando avevano fatto salire i prezzi, e così facendo avevano confermato la loro decisione di comprare. Alla fine si era formata l’impressione che chi comprava azioni di società USA non si potesse sbagliare.

E ovviamente c’era chi ne ha approfittato. Joseph Kennedy ed altri investitori di peso avevano capito che i titoli in Borsa non hanno un preciso valore: come nelle vendite all’asta, se l’azione è richiesta, il suo prezzo sale. E così creavano “consorzi speculativi” nei quali mettevano in comune i loro mezzi, iniziavano con una serie di acquisti con cui attirare l’attenzione su un titolo, per continuare con una serie di compravendite per dare l’impressione che ci fosse qualcosa di grosso nell’aria. A quel punto bastava il contributo di qualche giornalista finanziario interessato, che scriveva di interessanti sviluppi in vista per il titolo in questione, ed il gioco era fatto. Il pubblico accorreva in massa e si vendevano i titoli raccolti. Non restava poi che dividersi il malloppo.

Durante il 1929 più di un centinaio di titoli della borsa di New York furono oggetto di manovre simili, ed erano solo la punta dell’iceberg. Molti giornalisti finanziari erano disposti a pubblicizzare questo o quel titolo in cambio di denaro contante, compresi i reporter dei giornali maggiori, come il Wall Street Journal, il New York Times o l’Herald Tribune. Un giornalista del Daily News ricevette 19.000 dollari per parlar bene di certi titoli. In seguito, il corruttore dichiarò che “era stata solo una coincidenza e che il pagamento era una manifestazione della sua più o meno abituale generosità”. Dopo il crack, una commissione accertò che molta gente “aveva come attività sistematica l’acquisto di commenti favorevoli nella misura necessaria e al momento giusto”.

La truffa non finiva qui. Le società di investimento, ma anche molte industrie, pur di evitare i controlli molto blandi della New York Stock Exchange (Nyse) - che ad esempio chiedeva agli investment trusts di fornire, una volta all’anno, l’inventario dei titoli in portafoglio - preferivano quotarsi in una delle sperdute città di provincia che in quegli anni si dotò di una borsa valori. In tutti questi posti la gente investiva al buio, mettendo soldi in attività di cui non conosceva la natura. E nel 1929 gli scambi in questi mercati rappresentavano il 39% dell’operatività complessiva delle borse degli Stati Uniti.

(Foto Wikipedia)

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