La crisi del Ventinove: il New Deal

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La storia della crisi del Ventinove in un racconto a puntate

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Lo sanno in pochi ma Franklin Delano Roosevelt, all’inizio aveva fondato la sua campagna per le presidenziali su un taglio delle spese federali che riportasse in pareggio il bilancio federale, per passare in un secondo tempo al New Deal - il termine inglese significa nuovo patto -, che comprendeva un ampio ventaglio di provvedimenti.

Si andava dalla creazione di posti di lavoro e lo sviluppo di infrastrutture pubbliche - con la Work Progress Administration e i Civilian Conservation Corps -, al sostegno ai prezzi agricoli attraverso il pagamento di sussidi ai contadini che lasciavano una parte dei loro terreni incolti - Agricultural Adjustment Act -, alla creazione di cartelli e monopoli che consentissero di frenare la riduzione dei prezzi e quindi dei salari - National Industrial Recovery Act -, alla libertà di organizzazione collettiva, ed al divieto di pratiche sindacali restrittive - Legge Wagner o National Labor Relations Act -, alla fissazione di minimi salariali, di standard lavorativi, e il divieto di impiego dei minori - Fair Labor Standards Act -, all’introduzione di una prima forma di stato sociale e l’introduzione di indennità di disoccupazione, malattia e vecchiaia - Social Security Act -, alla costruzione di scuole, parchi ed abitazioni - Civil Works Administration -, fino ai programmi di finanziamento delle arti, che diedero lavoro a miglia di scrittori, artisti, attori e musicisti - Federal Theatre Project, Federal Writers Project e Federal Art Project.

Molti avevano accettato controvoglia il New Deal di Roosevelt, ed alcuni si erano nettamente opposti. Come il gruppo di ricchi industriali che avrebbe tramato un golpe per rovesciarlo nel 1933 - lo denunciò un anno dopo davanti al Congresso degli Stati Uniti il generale dei marines Smedley Darlington Butler. Oppure la Corte Suprema, dominata dai conservatori, che nel 1935-1936 annullò molti dei programmi del New Deal. O ancora alcuni conservatori democratici - come Al Smith -, che attaccarono selvaggiamente Roosevelt paragonandolo a Marx e Lenin.

Probabilmente si dovettero ricredere, perché l’economia migliorò gradualmente e registrò una modesta ripresa che investì anche l’attività industriale. Nel 1936, il prodotto nazionale era ritornato ai livelli del 1929, e la disoccupazione era passata dal 25 - dati del 1933 - al 9%. Per questo Roosevelt venne eletto con un vero e proprio plebiscito: più del 60% dei voti, contro il 36% del suo rivale, il governatore del Kansas Alf Landon - totalizzando 523 grandi elettori contro 8.

Nel 1937, il governo federale ridusse notevolmente le spese ed il deficit, e l’economia cadde in una depressione all’interno della recessione. Difficile trovare una dimostrazione più convincente delle teorie keynesiane: il forte intervento governativo nell’economia aveva portato ad una ripresa, ed ora l’improvvisa ritirata dell’amministrazione federale dall’economia aveva generato una brusca ricaduta.

L’economia Usa uscì completamente dalla Grande Depressione solo con l’entrata in guerra nel dicembre 1941. La spesa in armamenti raddoppiò il prodotto nazionale lordo. Tra il 1939 ed il 1944, la produzione complessiva di merci e servizi passò da 320 a 569 miliardi di dollari (e nonostante la guerra, il consumo civile passò da 220 a 255 miliardi di dollari), con uno spostamento dei consumi dai ceti più benestanti agli ex-disoccupati. La disoccupazione passò dal 17,2% dell’intera forza lavoro civile, all’1,2% del 1944. L’effetto continuò anche dopo la fine della seconda guerra mondiale: ancora nel 1946 la spesa federale rappresentava il 25% del PNL. È stata la dimostrazione più efficace delle politiche keynesiane.

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